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TAV e tutela della salute dei lavoratori

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E’ nota da tempo l’opposizione dei cittadini della Valle di Susa alla realizzazione della linea ad alta velocità Torino Lione.
Le autorità locali e nazionali hanno più volte ribadito che la linea fa parte del cosiddetto corridoio 5 e che la sua realizzazione è fondamentale per lo sviluppo tecnologico dei trasporti europei.
Più passa il tempo e più risulta evidente che l’idea del tunnel a prima vista era buona, ma non è stata accompagnata da un’attenta analisi dei problemi collegati con gli scavi.
Dall’altra parte, quelli che sono contrari al progetto, si sono documentati con un’attenzione e una competenza senza precedenti, che hanno messo in risalto tutta una serie di criticità, che attendono ancora risposte serie e documentate da parte dei fautori della linea ad alta velocità.
Sia chiaro che non si tratta di essere contrari al progresso, ma è indispensabile verificare attentamente se le difficoltà relative alla realizzazione della nuova ferrovia sono superabili e a quali costi.
Le contestazioni dei cittadini sono prevalentemente legate ai rischi legati alla presenza di amianto, uranio e radon nei tratti che verranno attraversati dalle gallerie dell’alta velocità.
I fatti sono noti e già trattati da molti esperti (medici e geologi).
In questa sede vorrei richiamare l’attenzione sui problemi legati alla tutela della salute dei lavoratori che effettueranno gli scavi.
Non si parla solo di amianto e di radiazioni.
Un paio di esempi.
Com’è noto, il tunnel di base dell’alta velocità attraverserebbe una zona costituita da rocce con caratteristiche geomeccaniche molto scadenti, soprattutto perché sono vacuolari (simili a una spugna) e perché spesso sono intrise d’acqua. Queste stesse rocce, nelle quali si producono fenomeni carsici, hanno creato seri problemi durante i lavori per la costruzione delle condotte sotterranee della centrale idroelettrica di Pont Ventoux, costringendo i progettisti a prolungare i lavori per altri cinque anni, cambiando tracciato in corso d’opera e lasciando sul posto una “talpa” (fresa meccanica a piena sezione). Nel dettaglio, in alcuni tratti degli scavi vi erano consistenti infiltrazioni d’acqua (fino a 250 litri al secondo) che hanno determinato un conseguente depauperamento della risorsa idrica della montagna (relazione geologica LTF).
Anche il fondo dello stesso lago artificiale del Moncenisio risulta parzialmente poroso ed è già stato provato, con colorazioni a base di fluorescina sodica, che vi sono perdite d’acqua, che risorgono centinaia di metri più in basso. La colorazione di un torrente dentro la Grotta del Giaset, sempre sul Massiccio dell’Ambin, ha confermato che l’acqua esce centinaia di metri più a valle, sia sul versante italiano che su quello francese (fonte Legambiente Valsusa).
L’altro esempio riguarda l’effetto geotermico: alle profondità previste per il tunnel, la temperatura (secondo alcuni studi fatti dall’Università di Grenoble e da Alpe Tunnel) sfiorerebbe i 50 gradi e per almeno 15 km sarebbe superiore ai 35, ne deriverebbe la necessità di un sistema di raffreddamento all’interno del treno, con costi elevati (per il sistema di raffreddamento sotto la Manica il costo è stato di circa 250 milioni di euro). Una situazione analoga si trova, in misura minore, negli scavi della galleria sotto il San Gottardo: per l’alta temperatura e per le infiltrazioni d’acqua, gli addetti ai lavori chiamano la galleria “la palude” (foto*). Va detto che il San Gottardo ha una galleria più lunga ma meno profonda, quindi meno calda.
L’Arpa, in un recente documento, precisa che nel progetto della Torino-Lione non viene quantificata la necessità di risorse idriche necessarie al funzionamento dei previsti sistemi di raffreddamento/condizionamento dell’aria presente all’interno del tunnel di base (previste temperature dell’ordine di 40°- 50°C).
Il fatto viene confermato anche dalla recente analisi, condotta da esperti dell’Unione Europea, degli studi condotti dalla Lyon Turin Ferroviaire: la temperatura della roccia e dell’acqua naturale dovrebbe superare i 30° su una sezione di 14 km e raggiungere un massimo di 47° sotto il massiccio d’Ambin e i documenti non contengono alcun riferimento relativo al calcolo delle temperature nel tunnel in condizioni normali di funzionamento.
Chiedo ai progettisti dell’opera come pensano di tutelare la salute dei lavoratori in un inferno del genere.

* Si ringrazia Claudio Giorno per la fotografia, ecco il suo commento: “Si tratta della visita al traforo del Gottardo organizzata dalla Commissione Intergovenativa il 16 marzo 2004: lì siamo a 6 km di avanzamento dall’imbocco Sud (lato Lugano) e siamo sotto la pancia della TBM, la talpa lunga circa 600 m che scava un tunnel circolare che poi verrà adattato al passaggio di binari, fogne, tubi di areazione, antincendio, cavi e linee alimentazione. Effettivamente la temperatura – pur essendo mitigata dai grandi condotti provvisori di climatizzazione era oltre i 30° e l’umidità insopportabile”.

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