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Archivio per la categoria ‘Generale’

Testamento biologico, alcune riflessioni.

Ho trovato in rete tante proposte per realizzare un modulo finalizzato al cosiddetto “testamento biologico”, che è un documento scritto per garantire il rispetto della propria volontà in materia di trattamento medico (somministrazione di farmaci, sostentamento vitale, rianimazione, etc.) anche quando non si è in grado di comunicarla.

Secondo i proponenti, nonostante la legge ordinaria italiana non abbia ancora sancito la validità di questo documento, è importante compilarlo per questi motivi:

- Il medico ha un grande potere discrezionale nella somministrazione delle cure (dosaggio dei farmaci, valutazione sull’opportunità di interventi chirurgici, ecc.). Il testamento biologico può aiutare – anche se (forse) non obbligare – il medico a rispettare la volontà del paziente;
- Il diritto all’autodeterminazione è sancito dalla Costituzione italiana. Prima o poi, il legislatore affermerà questo diritto anche per coloro che sono momentaneamente incapaci di esprimere la propria volontà. Quando ciò accadrà, nella malaugurata ipotesi di sopraggiunta incapacità di comunicare, il testamento biologico potrà dare maggiori garanzie di rispetto della propria volontà.
- Più persone compilano il testamento biologico, più il legislatore sentirà la necessità di riconoscere il diritto all’autodeterminazione anche per coloro che sono momentaneamente incapaci di esprimere il proprio consenso (o dissenso) informato.

In linea di massima il documento andrebbe firmato in originale ed in molteplici copie, affinché più persone (tra cui parenti, amici, testimoni, ecc.) possano presentarlo ai medici curanti qualora sopraggiungesse l’incapacità di comunicare.

Diversi Comuni hanno creato un registro dei testamenti biologici per i propri cittadini.
Conviene informarsi presso l’assessorato preposto alla sanità del proprio Comune.

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Testo della mia dichiarazione.

Torino, 4 luglio 2010.

Sono il dott. Roberto Topino, medico specialista in medicina del lavoro, nato a Torino il 30 aprile 1952.
Nel pieno delle mie facoltà mentali rilascio la registrazione audio e video di questa mia dichiarazione a futura memoria.
Nell’eventualità che io sia colpito da una malattia che danneggi irreversibilmente le mie facoltà psico-fisiche e mi impedisca di comunicare ogni mio volere ai familiari, agli amici, al personale sanitario, non voglio essere collegato ad apparecchiature da cui dipenda la continuazione della mia vita, non voglio essere più sottoposto ad alcun trattamento terapeutico, non voglio essere alimentato artificialmente.
Allo scopo di salvaguardare la dignità della mia persona chiedo il rispetto di queste mie volontà.
Grazie.

Secondo la mia interpretazione questa dichiarazione anticipata di volontà relative ai trattamenti sanitari:
NON è una richiesta di eutanasia.
NON rappresenta l’intenzione di non curarmi con i metodi ufficiali di terapia medica, ma semplicemente la scelta di sospendere le cure, quando queste non siano più in grado di apportare apprezzabili miglioramenti della qualità della vita.
NON rappresenta l’intenzione di sospendere le cure palliative e di supporto, in particolare la terapia del dolore.

Esprimo apprezzamento per l’operato di amici e colleghi che mi stanno curando.

http://www.youtube.com/watch?v=9RfU_vplYuw

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La mia lotta contro il cancro

Ho iniziato con la radioterapia, che dovrebbe (speriamo) restituirmi l’uso delle gambe.

Mi devono portare con l’ambulanza.

Di seguito è programmata la chemioterapia, la radioterapia al cervello ed eventualmente un intervento chirurgico…

Ho metastasi nel cervello, nel cervelletto, nel fegato, nella colonna vertebrale e nei polmoni.

Il tumore parte dalla vescica urinaria ed è dello stesso tipo che colpisce i lavoratori dell’industria della gomma.

Io non mai fumato e ho sempre lavorato come medico specialista in medicina del lavoro negli ambulatori pubblici (ASL e INAIL).

Ho sempre lavorato a Torino e dintorni in un’area notoriamente molto inquinata.

 

Nella foto si vede la città di Torino, vista da Parco Europa, nell’inverno 1970-1971.

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Il cancello anti-radiazioni

La Stampa ha pubblicato un breve articolo sul rischio da radiazioni ionizzanti legato alla presenza di materiali radioattivi utilizzati nell’area del passate ferroviario, definita Spina 1.

In seguito ad una serie di misurazioni effettuate in città, ho constatato che ci sono anche altre aree con livelli anormali di radiazioni ionizzanti. L’area dove ho riscontrato i valori più alti è quella del monumento al Duca d’Aosta in piazza Castello. Il valore di radioattività è di circa dieci volte il fondo naturale. Anche in questo caso la sorgente di radiazioni è il tipo di granito utilizzato.

Purtroppo, specie nelle giornate festive, molte persone si siedono sul monumento mettendo a rischio le parti del corpo più sensibili all’effetto delle radiazioni ionizzanti.

Le autorità comunali sono al corrente del rischio? Non lo sappiamo. Per tutelare i cittadini bisognerebbe, come minimo, mettere una cancellata tutto intorno al monumento al fine di impedire l’accesso all’area radioattiva.

In singolare coincidenza temporale, La Stampa, lo stesso giorno, nella prima pagina della cronaca cittadina, pubblica un articolo dove spiega che il monumento in questione verrà circondato da una cancellata per impedire l’accesso… agli skaters.

Un caso?

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Inceneritore di Brescia ed emissioni: è ora di fare indagini approfondite.

dalla redazione di altraBrescia

http://altrabrescia.ning.com/profiles/blogs/inceneritore-di-brescia-ed

Si è tenuta ieri presso la Casa delle Associazioni una conferenza stampa promossa da alcune associazioni iscritte alla Consulta per l’Ambiente (Codisa, Italianostra, Legambiente, Ricomincio da Grillo) e dai gruppi di lavoro della Consulta “Tutela della salute ed educazione ambientale” e “Rifiuti Zero”.

Scopo della conferenza stampa divulgare un documento, redatto dalle associazioni all’interno dei gruppi di lavoro che riporta dati riguardanti analisi compiute dall’Istituto Mario Negri di Milano per conto di a2a all’interno del sito dell’inceneritore cittadino, e commentare una relazione redatta da ARPA a seguito della visita ispettiva dell’agosto 2008.

Le analisi in questione sono arrivate alle associazioni grazie alla loro attiva collaborazione con i gruppi di lavoro della consulta, strumenti di confronto e lavoro atti anche a concretizzare un impegno delle associazioni all’interno degli osservatori cittadini.

In questo caso la documentazione è stata ottenuta all’interno dall’osservatorio sull’inceneritore nel quale è presente un rappresentante della consulta che è anche coordinatore del gruppo “Tutela della salute ed educazione ambientale”. Il gruppo si avvale inoltre della collaborazione di esperti esterni quali il Dott. Celestino Panizza e il tecnico Marco Caldiroli entrambi di Medicina Democratica.

Il documento presentato riporta i dati di diossine/PCB e IPA (idrocarburi policiclici aromatici) rilevati nelle analisi effettuate sull’aria all’interno del sito dell’inceneritore in 4 diversi periodi fra il 2008 e il 2009.

I dati rilevati mostrano picchi elevatissimi ma anche il dato medio è molto più alto che qualsiasi altra analisi effettuata in precedenza nel territorio bresciano. Si è voluto, infatti, comparare il dato rilevato con le analisi effettuate dall’ISS nel 2007/2008 per il monitoraggio del sito Caffaro e il risultato fra le due medie è sconvolgente se si pensa che in prossimità dell’inceneritore si hanno valori medi doppi per PCB e diossine e addirittura 10 volte maggiori per gli IPA .

La situazione si fa ancora più preoccupante se si considerano i dati alla luce dello studio matematico di ricaduta delle polveri dell’inceneritore elaborato da ARPA nel 2005 (sempre sostenuto da a2a e Comune). Nello studio, infatti, si definisce come area di massima ricaduta delle polveri la zona compresa fra 1.5/2 km dall’inceneritore e viene quindi spontaneo chiedersi se i dati sono così elevati in prossimità dell’impianto (ritenuta zona meno compromessa) quali saranno alla distanza indicata come critica nel modello matematico di ARPA?

Impossibile poi non ripensare al caso del “latte alla diossina” che ha coinvolto gli allevatori a sud dell’inceneritore fra la fine del 2007 e l’inizio 2008. A seguito del problema l’ASL si affrettò ad assolvere pienamente l’inceneritore attribuendo la causa dell’inquinamento ad altro ma alla luce di quanto emerso con queste analisi diviene difficile non mettere nuovamente in discussione tali conclusioni peraltro già pesantemente contestate dalle associazioni ambientaliste al tempo della loro divulgazione.

Ora le associazioni non possono non chiedere ancora e con forza alle istituzioni un intervento deciso, in primo luogo per spiegare come mai dati come questi non siano mai stati resi noti e in secondo luogo per valutare attentamente l’opportunità di effettuare rilevamenti a terra come previsto dall’autorizzazione iniziale dell’inceneritore ma mai effettuati prima.

Da quanto emerso si può facilmente ipotizzare un’esposizione della popolazione ad agenti inquinanti altamente pericolosi, cancerogeni, interferenti endocrini estremamente pesante che deve essere monitorata al fine di poter attuare provvedimenti concreti per tutelare la salute pubblica.

Inoltre ARPA segnala nella sua relazione una serie di mancanze nell’impianto e Caldiroli le analizza una per una nelle sue osservazioni. Particolarmente allarmante il fatto che manchi un effettivo controllo del contenuto di cloro dei rifiuti in relazione ai tempi di permanenza nella camera di post combustione, procedura indispensabile per la riduzione del contenuto di diossina, e anche il fatto che i metalli pesanti rilevati dalle analisi ARPA in sede ispettiva siano tutti a livelli circa doppi rispetto alle rilevazioni effettuate da a2a.

Brescia è una città fortemente inquinata che deve la sua situazione a molteplici fonti di inquinamento ma è certo che l’inceneritore contribuisce pesantemente ad aggravare questa situazione nonostante a2a e Comune abbiano sempre minimizzato e negato questa evidenza ora palese e sotto gli occhi di tutto grazie alle analisi emerse.

Le associazioni della consulta continueranno a lavorare nel gruppo di lavoro e nell’osservatorio per chiedere risposte e controlli, auspichiamo che anche il comune si schieri insieme a loro dalla parte dei cittadini pretendendo controlli e attuando, ove necessario, provvedimenti.

Ricordiamo che l’inceneritore sorge in pieno centro abitato, molte persone vivono “all’ombra del camino” ed è dovere del Sindaco tutelare la salute pubblica anche a discapito degli interessi economici di a2a. Una Spa che gestisce un impianto assolutamente sovradimensionato rispetto alle esigenze della città, esigenze che potrebbero venire azzerate con una corretta gestione dei rifiuti come già avviene in altre zone d’Italia

Di seguito i documenti distribuiti durante la conferenza stampa:

La relazione del gruppo di lavoro della consulta:

20100525103801351.pdf

La sintesi delle osservazioni di Marco Caldiroli:

CaldiroliArpa ok.pdf

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Radiazioni ionizzanti a Torino, le direttive Euratom vengono rispettate?

P6220355

Una vasta area di Torino, che sovrasta il passante ferroviario da largo Orbassano a corso Vittorio Emanuele, risulta pavimentata con granito, che presenta un valore di radioattività ben superiore a quello rilevabile in altri graniti comunemente in commercio.

I valori di radioattività, riscontrati con un contatore Geiger, superano pressoché costantemente di almeno quattro volte il livello atteso di circa 0,10 µSv/h, in alcuni punti raggiungono e superano il valore di 0,60 µSv/h con una punta di 1,48 µSv/h.

Valori superiori a 0,60 µSv/h rivelano la presenza di una fonte radioattiva.

Alcune misurazioni sono state fatte anche con un contatore a scintillazione che, affiancato al Geiger, ha dato risultati sostanzialmente identici.

Per esempio, se venisse realizzata una centrale nucleare a Torino, la dose aggiuntiva di radiazioni per la popolazione circostante dovrebbe essere contenuta entro il limite di 1 mSv/anno in più rispetto alla radiazione naturale, che a Torino è pari a 0,86 mSv/anno, pertanto il limite di legge dovrebbe essere di 1 mSv/anno oltre al fondo naturale di 0,86 mSv/anno e cioè 1,86 mSv/anno pari a 0,21 µSv/h.

Anche applicando discutibili fattori correttivi, che consistono nel dividere la potenziale esposizione annua per le ore effettivamente trascorse nei paraggi del granito radioattivo, il livello di esposizione calcolabile non è indifferente ed è sicuramente superiore al valore, previsto dalla legge, più basso ragionevolmente ottenibile, sia pur tenendo conto dei fattori economici e sociali, perché non vi era alcun impedimento all’utilizzo di granito radiologicamente inerte, così come quello utilizzato, ad esempio, nei pressi della Procura della Repubblica o all’interno della stazione ferroviaria di Porta Nuova.

Si potrebbe obiettare che trattandosi di un’area di transito è probabile che l’esposizione a rischio, una volta calcolata, rientri nei limiti o sia borderline; questo ragionamento, però, non tiene conto del fatto che anche bambini e donne gravide possono subire, senza essere stati informati, gli effetti delle radiazioni ionizzanti ad un livello superiore a quello ottenibile con un minimo di attenzione nell’acquisto dei materiali per la pavimentazione.

Parimenti grave è il rischio dei lavoratori che hanno estratto, tagliato, sagomato e posizionato quel granito e che sicuramente hanno inalato polvere radioattiva ed è assai verosimile che non siano stati informati e formati sulle precauzioni da adottare, né sottoposti a controlli sanitari mirati. 

Per questi motivi si richiede di verificare se siano state rispettate le direttive Euratom in tema di radiazioni ionizzanti.

Si allega un breve riassunto dei punti che, a quanto pare, non sono stati rispettati.

 

Decreto Legislativo del Governo 17 marzo 1995 n° 230

modificato

dal D. Lgs. 26 maggio 2000 n. 187,

dal D. Lgs. 26 maggio 2000 n. 241

e dal D. Lgs. 9 maggio 2001 n. 257

“Attuazione delle direttive 89/618/Euratom, 90/641/Euratom, 92/3/Euratom e 96/29/Euratom in materia di radiazioni ionizzanti.”.

Capo I – CAMPO DI APPLICAZIONE. PRINCIPI GENERALI DI PROTEZIONE DALLE RADIAZIONI IONIZZANTI.

Art. 1 Campo di applicazione.

1. Le disposizioni del presente decreto si applicano: 

b-bis) alle attività lavorative diverse dalle pratiche di cui ai punti 1, 2 e 3 che implicano la presenza di sorgenti naturali di radiazioni, secondo la specifica disciplina di cui al capo III-bis;

Capo III-bis

ESPOSIZIONI DA ATTIVITÀ LAVORATIVE CON PARTICOLARI SORGENTI NATURALI DI RADIAZIONI

Art. 10-bis Campo di applicazione

1. Le disposizioni del presente capo si applicano alle attività lavorative nelle quali la presenza di sorgenti di radiazioni naturali conduce ad un significativo aumento dell’esposizione dei lavoratori o di persone del pubblico, che non può essere trascurato dal punto di vista della radioprotezione. Tali attività comprendono:

c) attività lavorative implicanti l’uso o lo stoccaggio di materiali abitualmente non considerati radioattivi, ma che contengono radionuclidi naturali e provocano un aumento significativo dell’esposizione dei lavoratori e, eventualmente, di persone del pubblico;

Art. 19 Obbligo di informativa.

1. Chiunque importa o produce, a fini commerciali, o comunque commercia materie radioattive, prodotti e apparecchiature in genere contenenti dette materie, deve provvedere a che ogni sorgente immessa in commercio sia accompagnata da una informativa scritta sulle precauzioni tecniche da adottare per prevenire eventuali esposizioni indebite, nonché sulle modalità di smaltimento o comunque di cessazione della detenzione.

Art. 61 Obblighi dei datori di lavoro, dirigenti e preposti.

1. I datori di lavoro ed i dirigenti che rispettivamente eserciscono e dirigono le attività disciplinate dal presente decreto ed i preposti che vi sovraintendono devono, nell’ambito delle rispettive attribuzioni e competenze, attuare le cautele di protezione e di sicurezza previste dal presente capo e dai provvedimenti emanati in applicazione di esso.

2. I datori di lavoro, prima dell’inizio delle attività di cui al comma 1, debbono acquisire da un esperto qualificato di cui all’articolo 77 una relazione scritta contenente le valutazioni e le indicazioni di radioprotezione inerenti alle attività stesse. A tal fine i datori di lavoro forniscono all’esperto qualificato i dati, gli elementi e le informazioni necessarie. La relazione costituisce il documento di cui all’articolo 4 comma 2, del decreto legislativo 19 settembre 1994, n. 626, per gli aspetti concernenti i rischi da radiazioni ionizzanti.

3. Sulla base delle indicazioni della relazione di cui al comma 2, e successivamente di quelle di cui all’articolo 80, i datori di lavoro, i dirigenti e i preposti devono in particolare:

a) provvedere affinché gli ambienti di lavoro in cui sussista un rischio da radiazioni vengano, nel rispetto delle disposizioni contenute nel decreto di cui all’articolo 82, individuati, delimitati, segnalati, classificati in zone e che l’accesso ad essi sia adeguatamente regolamentato.

b) provvedere affinché i lavoratori interessati siano classificati ai fini della radioprotezione nel rispetto delle disposizioni contenute nel decreto di cui all’articolo 82.

c) predisporre norme interne di protezione e sicurezza adeguate al rischio di radiazioni e curare che copia di dette norme sia consultabile nei luoghi frequentati dai lavoratori, ed in particolare nelle zone controllate;

d) fornire ai lavoratori, ove necessari, i mezzi di sorveglianza dosimetrica e di protezione, in relazione ai rischi cui sono esposti;

e) rendere edotti i lavoratori, nell’ambito di un programma di formazione finalizzato alla radioprotezione, in relazione alle mansioni cui essi sono addetti, dei rischi specifici cui sono esposti, delle norme di protezione sanitaria, delle conseguenze derivanti dalla mancata osservanza delle prescrizioni mediche, delle modalità di esecuzione del lavoro e delle norme interne di cui alla lettera c);

f) provvedere affinché i singoli lavoratori osservino le norme interne di cui alla lettera c), usino i mezzi di cui alla lettera d) ed osservino le modalità di esecuzione del lavoro di cui alla lettera e);

g) provvedere affinché siano apposte segnalazioni che indichino il tipo di zona, la natura delle sorgenti ed i relativi tipi di rischio e siano indicate, mediante appositi contrassegni, le sorgenti di radiazioni ionizzanti, fatta eccezione per quelle non sigillate in corso di manipolazione;

h) fornire al lavoratore esposto i risultati delle valutazioni di dose effettuate dall’esperto qualificato, che lo riguardino direttamente, nonché assicurare l’accesso alla documentazione di sorveglianza fisica di cui all’articolo 81 concernente il lavoratore stesso;

Capo IX – PROTEZIONE SANITARIA DELLA POPOLAZIONE.

Sezione I – Protezione generale della popolazione.

Art. 97 Attività disciplinate. Vigilanza.

1. Le disposizioni del presente capo si applicano alle attività che comunque espongono la popolazione ai rischi derivanti dalle radiazioni ionizzanti.

2. La tutela sanitaria della popolazione spetta al Ministero della sanità che si avvale degli organi del servizio sanitario nazionale.

3. La vigilanza per la tutela sanitaria della popolazione si esercita su tutte le sorgenti di radiazioni ionizzanti al fine di prevenire, secondo i principi generali di cui all’articolo 2, esposizioni della popolazione e contaminazioni delle matrici ambientali, delle sostanze alimentari e delle bevande, ad uso sia umano che animale, o di altre matrici rilevanti.

4. La vigilanza di cui al comma 3 è esercitata attraverso gli organi del servizio sanitario nazionale competenti per territorio e attraverso l’ANPA, che riferisce direttamente ai Ministeri della sanità, dell’ambiente e della protezione civile, per quanto di competenza.

Art. 99 Norme generali di protezione – Limitazione delle esposizioni.

1. Chiunque pone in essere le attività disciplinate dal presente decreto deve attuare le misure necessarie al fine di evitare che le persone del pubblico siano esposte al rischio di ricevere o impegnare dosi superiori a quelle fissate con il decreto di cui all’articolo 96, anche a seguito di contaminazione di matrici.

2. Chiunque pone in essere le attività disciplinate deve inoltre adottare tutte le misure di sicurezza e protezione idonee a ridurre al livello più basso ragionevolmente ottenibile, secondo le norme specifiche di buona tecnica, i contributi alle dosi ricevute o impegnate dai gruppi di riferimento della popolazione, nonché a realizzare e mantenere un livello ottimizzato di protezione dell’ambiente.

Art. 106 Esposizione della popolazione nel suo insieme

1. L’ANPA, in collaborazione con l’ISPESL e con l’Istituto superiore di sanità, anche sulla base dei dati forniti dagli organi del servizio sanitario nazionale competenti per territorio, effettua la stima dei diversi contributi all’esposizione della popolazione derivanti dalle attività disciplinate dal presente decreto, dandone annualmente comunicazione al Ministero della sanità, anche ai fini delle indicazioni da adottare affinché il contributo delle pratiche all’esposizione dell’intera popolazione sia mantenuto entro il valore più basso ragionevolmente ottenibile, tenuto conto dei fattori economici e sociali.

Il D.Lgs. 241/2000 prescrive l’obbligo di classificare gli ambienti di lavoro sottoposti a regolamentazione per motivi di protezione contro le radiazioni ionizzanti. Le zone classificate possono essere zone controllate o zone sorvegliate.
E’ classificata zona controllata ogni area di lavoro ove sussiste per i lavoratori ivi operanti il rischio di superamento di uno qualsiasi dei seguenti valori:
- 6 mSv/anno per esposizione globale o di equivalente di dose efficace;
- 45 mSv/anno per il cristallino;
- 150 mSv/anno per la pelle, mani, avambracci, piedi, caviglie.
E’ classificata zona sorvegliata ogni area di lavoro, che non debba essere classificata zona
controllata, ove sussiste per i lavoratori ivi operanti il rischio di superamento di uno qualsiasi dei seguenti valori:
- 1 mSv/anno per esposizione globale o di equivalente di dose efficace;
- 15 mSv/anno per il cristallino;
- 50 mSv/anno per la pelle, mani, avambracci, piedi, caviglie.

Alcuni riferimenti utili come esempio per illustrare brevemente i metodi di misurazione ed i livelli di radiazione ambientale.

A Torino il fondo urbano è più basso della media nazionale, pertanto il limite di legge dovrebbe essere proporzionalmente inferiore.

A Torino il livello medio di radiazioni naturali è di circa 0,86 mSv/anno pari a 0,10 µSv/h.

Il limite di legge reale dovrebbe essere di 1 mSv/anno oltre al fondo naturale di 0,86 mSv/anno e cioè 1,86 mSv/anno pari a 0,21 µSv/h. 

Equivalente di dose assorbito dalla popolazione residente in varie città italiane per effetto delle radiazioni naturali
Città Dose annua (mSv/anno) Dose annua (mRem/anno) Dose oraria (mRem/h)
ANCONA 0,85 85 9,7
AOSTA 0,49 49 5,6
BARI 0,83 83 9,5
BOLOGNA 0,80 80 9,1
CAGLIARI 0,86 86 9,8
CAMPOBASSO 0,69 69 7,9
FIRENZE 0,77 77 8,8
GENOVA 0,75 75 8,6
L’AQUILA 0,82 82 9,4
MILANO 0,82 82 9,4
NAPOLI 2,13 213 24,3
PALERMO 0,90 90 10,3
PERUGIA 0,86 86 9,8
POTENZA 1,31 131 15
REGGIO CALABRIA 1,28 128 14,6
ROMA 1,58 158 18
TORINO 0,86 86 9,8
TRENTO 0,84 84 9,6
TRIESTE 0,76 76 8,7
VENEZIA 0,77 77 8,8

I valori riscontrati con il contatore Geiger sono costantemente intorno a 0,60 µSv/h con una punta di 1,48 µSv/h.

Attualmente il quadro vigente delle dosi massime ammissibili risulta quello indicato nella seguente tabella:

DOSI MASSIME AMMISSIBILI VIGENTI
Decreto del Presidente della Repubblica 13 Febbraio 1964 n. 185 Decreto Legislativo n. 241/2000
Categoria persone intensità dose annua intensità dose oraria dose unica di emergenza
soccorritori volontari     0,12 Sv ( 12 rem ) -eccezionale concordata-
soccorritori   250 mR/h (vigili del fuoco – 12 h) 0,03 Sv ( 3 rem)
lavoratori professionalmente esposti 50 mSv
(5 rem)
2,5 mR/h  
popolazione 1 mSv
(0,1 rem)
0,114 µSv/h (0,0114 mR/h)  

In generale, dunque, bisogna tenere presente che, in una corretta ottica radioprotezionistica occorre cercare di applicare il ben noto principio ALARA, secondo il quale all exposures must be kept As Low As Resonable Achievable, cioè ogni esposizione va mantenuta al più basso livello possibile per quanto ciò sia ragionevolmente ottenibile.

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Risposta a Berlusconi che promette di sconfiggere il cancro in 3 anni

Il Dott. Ernesto Burgio (Coordinatore del Comitato Scientifico di ISDE ITALIA) risponde a Berlusconi che promette di sconfiggere il cancro in 3 anni.

25 marzo 2010

Ieri in prima pagina sul quotidiano ecologista Terra (in edicola in tutt’Italia) sono comparse le nostre prime risposte (a firma di Paolo Crosignani e mia); domani in prima pagina ci saranno le risposte di Benedetto Terracini e Patrizia Gentilini. Chiunque volesse inviare altri commenti può farlo, scrivendo a me o, ancora meglio, direttamente al bravissimo redattore che ha curato questi primi articoli.
Terra redazione – Valerio Ceva Grimaldi cevagrimaldi@terranews.it

Ecco la mia risposta di ieri:

Mi pare che a volte il Presidente del Consiglio riveli una certa propensione a sottovalutare i problemi reali e a sopravvalutare le proprie capacità taumaturgiche. Nel 1971 il presidente Nixon lanciò la sua dichiarazione di guerra al cancro. Da allora il cancro ha dilagato, dapprima in tutto il mondo occidentale, poi nel III mondo, dove i trends di aumento sono negli ultimi anni ancora più allarmanti. Anche se non tutti gli scienziati sono d’accordo, appare evidente il nesso tra inquinamento fisico-chimico e stili di vita tipici del nostro modello di sviluppo e incremento rapidamente progressivo delle malattie cronico-degenerative e tumorali. E questo praticamente in tutte le età della vita: persino tra i bambini. particolarmente preoccupante appare l’incremento di oltre 3%/anno nel primo anno di vita, nel nostro Paese: il che significa oltre il 50% in più di tumori della primissima infanzia negli ultimi 20 anni. si tratta di un problema delicato e complesso. Tutte le dichiarazioni semplicistiche – tanto quelle allarmistiche, quanto quelle ottimistiche a oltranza, purtroppo destituite di ogni fondamento scientifico – sarebbero da evitare, in specie da parte di personaggi che ricoprono ruoli di grande responsabilità. Tanto più se simili esternazioni vengono fatte in sedi poco idonee, quali certamente sono i comizi in piena campagna elettorale. I grandi progressi fatti negli ultimi anni nel campo della biologia molecolare e della post-genomica ci hanno offerto ragguagli importanti per quanto concerne i meccanismi fini, molecolari, della carcinogenesi. Purtroppo tra la comprensione di questi meccanismi e la messa in campo di concrete strategie preventive e terapeutiche passano spesso anni o decenni. Anche perché le scoperte più recenti dimostrano che il cancro è una malattia genetica, anzi in primis epi-genetica: conseguente cioè a modifiche del software, per così dire, del nostro genoma, che potrebbero essere evitate, riducendo l’esposizione ai fattori inquinanti che le determinano. Il problema è che molti di questi inquinanti, come metalli pesanti, idrocarburi, fibre di amianto, campi elettromagnetici, sono ormai diffusi nell’aria che respiriamo e nelle catene alimentari e per ridurre l’esposizione nostra e dei nostri bambini bisognerebbe quasi azzerare il traffico veicolare nelle nostre città, impedire la costruzione di impianti industriali inutili, costringere gli industriali a ridurre le emissioni dei loro impianti in generale. Francamente non credo che il premier avesse in mente questo tipo di soluzioni. Da decenni cerchiamo di mettere in chiaro che la prevenzione primaria consiste nella riduzione degli inquinanti nell’aria che respiriamo e nei cibi che mangiamo. Bisognerebbe rendersi conto,  ad esempio e una volta per tutte, che se le donne sono esposte a dosi massive e quotidiane di metalli pesanti, benzene e pesticidi, i loro figli saranno a rischio di sviluppare malattie gravi e tumori maligni anche a decenni di distanza dall’esposizione. Gli attuali studi tossicologici ed epidemiologici, anche se condotti seriamente, non possono che sottovalutare il problema. Eppure gli investimenti nella ricerca in questo campo sono praticamente nulli, anche perché la grande industria che ormai finanzia quasi tutta la ricerca, non ha interesse a investire in studi che dimostrino quello che è, caso mai, suo interesse nascondere. Ma chissà, forse il Presidente del Consiglio intendeva alludere proprio a questo. Sconfiggere il cancro in tre anni è un’utopia. Ma cominciare a far sì che i trends preoccupanti di incremento annuo comincino a invertirsi sarebbe possibile e auspicabile.
Ernesto Burgio (Coordinatore del Comitato Scientifico di ISDE ITALIA)

Ed ecco il commento lapidario di Paolo Crosignani.
Oggi quasi tutti i tumori sono in aumento mentre gli indici di curabilità sono stabili. Non esistono premesse né molecolari né di altra natura che possano oggi farci pensare che questo quadro potrebbe cambiare a breve. E anche la prevenibilità non è applicabile a tutti i tumori. Con questi argomenti si può serenamente affermare che l’affermazione di Berlusconi è semplicemente falsa.
Paolo Crosignani (Direttore Unità Complessa “Registro Tumori ed Epidemiologia Ambientale”, Fondazione IRCCS Istituto dei Tumori, Milano e membro del Comitato Scientifico di ISDE ITALIA)

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Nanopolveri assassine!

Fibrina nel sangue in negativo

La fotografia mostra i devastanti effetti delle nanopolveri (i puntini neri) nel sangue, che si comportano come corpi estranei e stimolano la produzione di fibrina (i filamenti) con la conseguente formazione di trombi. In basso a destra, per valutare le dimensioni, c’è un riferimento delle dimensioni di 10 µm, ovvero 10 millesimi di millimetro (PM10).

Parlare di polvere può sembrare banale, tutti noi sappiamo cos’è la polvere, si annida dappertutto e per rimuoverla occorre una scopa, uno straccio e tanta fatica.
Si può usare anche un aspirapolvere, che la rimuove e la fa finire in un sacchetto di carta con caratteristiche tali da funzionare come un filtro.
Noi, in questa occasione, non parliamo di quella polvere, ma di una polvere molto più fine, che riesce a superare anche il filtro dell’aspirapolvere.
Qualcuno, cambiando il sacchetto dell’aspirapolvere, avrà notato una polverina molto fine, simile al borotalco, che si annida all’interno dell’apparecchio e che, purtroppo, non viene trattenuta dai filtri e ritorna nell’ambiente.
Da alcuni anni si stanno studiando le interazioni tra queste polveri inorganiche finissime e l’organismo.

Quali sono le loro dimensioni.

Le polveri sottili si dividono in nanopolveri e micropolveri.
Le nanopolveri hanno un diametro tra 10-9 e 10-7 metri, cioè tra un miliardesimo di metro e un decimo di milionesimo di metro.
Le micropolveri sono più grandi: tra 10-6 e 10-5 metri, che vuol dire che sono comprese tra un milionesimo ed un centomillesimo di metro.
L’unità di misura più comunemente utilizzata per queste misure è il µm (micron), che è il millesimo di millimetro, cioè 10-6 metri.
Tutti noi abbiamo sentito parlare delle PM10 (PM = Particulate Matter), che sono quelle polveri che vengono misurate per valutare il livello di inquinamento nelle città. La sigla PM10 identifica le particelle che hanno un dimetro di 10 µm, ovvero 10 millesimi di millimetro.
La legge attualmente in vigore individua due valori limite di PM10:
- Il primo è un valore limite di 50 µg/m³ come valore medio misurato nell’arco di 24 ore da non superare più di 35 volte/anno.
- Il secondo come valore limite di 40 µg/m³ come media annuale.

Da dove vengono.

Queste particelle si possono trovare in natura e possono coprire grandissime distanze.
Sono prodotte dai vulcani, dagli incendi, dai fulmini e dall’erosione delle rocce, da parte del vento e dell’acqua.
La sabbia del deserto è un esempio evidente: tutti noi l’abbiamo vista cadere a volte insieme alla pioggia e sporcare le automobili e i vetri delle nostre finestre.
Si tratta di sabbia che per effetto dei venti ha percorso migliaia di chilometri.
Le polveri fini inorganiche prodotte dalla natura non hanno grossi effetti sulla nostra salute, perché sono in quantità molto ridotta e si trovano solo in rare occasioni, ad esempio durante le eruzioni vulcaniche.
Il nostro organismo è molto ben difeso dalle polveri di dimensioni maggiori. Mentre respiriamo, le polveri più grossolane si fermano nel naso e quelle di dimensioni inferiori si fermano nella trachea e nei bronchi, raggiungendo le parti più profonde del polmone in modo inversamente proporzionale alle loro dimensioni.
Le micropolveri PM10 si fermano nel naso e nella gola, le PM2,5 raggiungono i bronchi più piccoli e le PM1 arrivano fino agli alveoli polmonari. 
All’interno dei bronchi esiste un meccanismo mirabile per ripulirli: si tratta di un sottile strato di muco a cui la polvere si fissa. Questo muco non sta fermo, ma, per effetto del movimento delle microscopiche ciglia delle cellule che rivestono i bronchi, esso viene sospinto verso le vie aeree superiori fino al retrobocca, dove viene espulso con la tosse o deglutito, insieme con la polvere.
Queste polveri, evidentemente, possono causare irritazione delle vie aeree e qualche fastidioso “mal di gola”.
Molto diverso è il discorso che riguarda le nanopolveri (inferiori a PM0,1), che dopo essere state inalate, si possono trovare nel sangue già dopo circa un minuto e di seguito possono raggiungere tutti gli organi (fegato, reni, ecc.).
Alcuni studiosi hanno dimostrato che queste particelle nel sangue aumentano la produzione di fibrina, in altre parole favoriscono la coagulazione del sangue all’interno delle arterie e delle vene formando i cosiddetti trombi (foto), che possono essere causa di infarti, di embolie e di ictus.
Queste particelle, che a tutti gli effetti sono corpi estranei, possono essere causa di granulomi all’interno dei tessuti: i granulomi sono una reazione dell’organismo alla presenza di germi o sostanze in grado di fare danni; per effetto dell’infiammazione si forma un tessuto di difesa che, nel tempo, può anche causare il cancro.
E’ chiaro che soltanto la sabbia del deserto e le eruzioni vulcaniche non sarebbero un grosso problema per la nostra salute, ma, purtroppo l’uomo è diventato un grande produttore di nanopolveri, che si sviluppano soprattutto per effetto delle attività manifatturiere.
Sono grandi produttori di polveri le fonderie, le acciaierie, le centrali elettriche, gli aerei, le cave e le miniere a cielo aperto, i cementifici, i cantieri e le attività di saldatura dei metalli.
Anche i veicoli sono produttori di nanopolveri, non solo per le emissioni dei motori, ma anche per l’usura dei freni, delle gomme e, naturalmente, dell’asfalto.
Una nota a parte la meritano i grossi veicoli con motore Diesel, ad esempio i SUV, che vediamo sempre più spesso in città. Questi veicoli sono dotati di un filtro che dovrebbe ridurre le emissioni delle PM10, le micropolveri controllate per legge nelle città. In realtà, questi filtri fermano effettivamente le PM10, che, si noti, vengono espulse dopo essere state degradate a dimensioni molto più ridotte e, attenzione, più micidiali, ma “a norma di legge”, nel senso che la legge tiene conto solo delle polveri PM10, che si fermano nelle prime vie aeree e vengono espulse con qualche colpo di tosse. Abbiamo visto che molto peggiori sono gli effetti delle polveri con granulometria più fine, delle quali la legge non prevede un controllo.
Purtroppo troviamo nanoparticelle anche negli alimenti, ad esempio nelle farine, per effetto della macinatura industriale, e nei farmaci, dove vengono aggiunti talco o silicati come eccipienti delle pastiglie.
Altre nanoparticelle si possono trovare negli edifici, per effetto del degrado dell’intonaco dovuto al tempo, ma anche per il rilascio di fibre di amianto da parte di tubi di eternit, di pannelli interni e di linoleum, che fino ad epoca relativamente recente sono stati realizzati con questo pericolosissimo minerale.
Per curiosità ricordiamo anche certi dentifrici e alcune gomme da masticare, che dovrebbero ripulire i denti per effetto dell’aggiunta di abrasivi, i quali non sono altro che polvere di vetro.
Una nota a parte la meritano gli inceneritori di rifiuti ed, ancor più, i cosiddetti “termovalorizzatori”, che più sono moderni e più emettono nanopolveri. Sembra un paradosso, ma, per evitare, per quanto possibile, l’emissione di diossine, si tende ad aumentare la temperatura del forno, fino a mille gradi e più. Le alte temperature sono responsabili dell’emissione di grandi quantità di nanoparticelle, la cui composizione è la più disparata, potendosi trovare anche metalli pericolosi come il piombo, il mercurio, il cadmio, il cromo, ecc.
Tutte le volte che un manufatto di composizione eterogenea, come lo sono i rifiuti, viene incenerito ad alta temperatura, vengono emessi nell’aria i vari elementi che lo costituivano sotto forma di atomi non legati fra loro; questi ultimi possono di seguito riaggregarsi in modo disordinato sotto forma di leghe, che non troverete mai in un trattato di metallurgia, perché sono il frutto della combinazione casuale degli atomi.
Il fatto che agglomerati “strani” si possano trovare nell’aria e all’interno dell’organismo di persone, che abitano nei paraggi di un inceneritore consente di affermare, con sicurezza quasi assoluta, che tali nanoparticelle provengono dall’inceneritore, perché soltanto le alte temperature possono sintetizzare leghe casuali, che non sono biocompatibili né biodegradabili e non figurano tra gli inquinanti ricercati di norma nelle emissioni dell’inceneritore.
Parlando di nanopolveri prodotte dalle alte temperature, non bisogna dimenticare gli effetti dell’uranio impoverito, usato nelle munizioni delle armi moderne e associato con gravi malattie non solo dei soldati, ma anche delle persone che vivono in aree di guerra o vicino ai poligoni militari.
L’uranio impoverito è un’arma formidabile, perché riesce a perforare anche le corazze più robuste per via della grande forza di penetrazione e del fatto che esplode a 3.000 gradi “polverizzando” i bersagli. E’ verosimile che le gravi malattie riscontrate siano determinate non solo dalle radiazioni dell’uranio, ma anche dalle nanopolveri, che entrano nell’organismo e determinano reazioni non del tutto prevedibili e, in ogni caso, sicuramente non benefiche.
L’uranio impoverito emette una modesta quantità di radiazioni alfa, che sono le più pericolose per l’organismo, gli esperti dicono che basterebbe un foglio di carta per fermare queste radiazioni e che si potrebbe dormire tranquilli con un proiettile di uranio impoverito nel cassetto del comodino. Il fatto grave, però, è che dopo l’esplosione anche l’uranio si trova disperso nell’aria sotto forma di nanopolveri e può raggiungere il sangue e gli organi interni, dove le radiazioni possono fare danni non trovando nessuna barriera.
Tutta la questione che riguarda l’uranio impoverito è ancora oggetto di studio e le uniche tragiche certezze sono i tumori dei soldati (e non solo) e le malformazioni dei loro figli.
Tutto il discorso sulle nanopolveri dovrebbe indurre ad una attenta riflessione sulle attività dell’uomo, che sta devastando l’ambiente non solo con mezzi di distruzione, ma anche con lo sviluppo di tecnologie che tendono a produrre sempre di più e sempre più velocemente.
La velocità è la causa principale dell’inquinamento, sia per la necessità di maggiore energia, che per la notevole produzione di polveri.
E non si parla solo dei veicoli a motore. Una delle attività più antiche (e nobili) dell’uomo è la lavorazione del legno per la realizzazione di suppellettili e altri oggetti di uso comune, a volte di notevole pregio.
Il legno è il prodotto naturale per eccellenza; si potrebbe pensare che il falegname sia un lavoratore che non corre rischi a causa della sua attività. Invece stiamo osservando un numero crescente di tumori delle fosse nasali e dei seni paranasali, dovuti all’inalazione delle polveri di legno, che si sviluppano con l’uso di strumenti moderni (e veloci) usati nella lavorazione. In questo caso il progresso ha determinato un aumento della polvere sviluppata, che essendo sempre più fine ha potuto penetrare all’interno del corpo. I tumori dei falegnami sono molto invasivi e richiedono interventi chirurgici demolitivi e terapie radianti, che spesso interessano anche gli occhi, lasciando esiti molto gravi.
I lavoratori utilizzano molti strumenti, che oltre ad aiutarli nell’attività possono anche essere causa di infortuni, di malattie professionali e di inquinamento dell’ambiente non solo lavorativo.
A titolo di esempio vogliamo descrivere due macchine che possiamo osservare nelle nostre città e che potrebbero dimostrare quanto possa essere pericoloso il cosiddetto sviluppo tecnologico.
La prima è una sega circolare che taglia l’asfalto prima di iniziare a scavare nei cantieri. A parte il rumore assordante, lo sviluppo di polvere è impressionante e si tratta di polveri sicuramente pericolose: l’asfalto è fatto di catrame mescolato con pietrisco che, nella migliore delle ipotesi, è composto da silicati, ma potrebbe contenere anche amianto. La macchina dispone a volte di un piccolo getto d’acqua per abbattere le polveri, però l’acqua asciuga presto, la polvere resta nell’ambiente e viene sollevata dal traffico veicolare.
La seconda meriterebbe un premio per la follia: si tratta di un soffiatore portatile, che evita di usare la scopa per rimuovere le foglie cadute dagli alberi. L’addetto, provvisto di cuffie (per il rumore) e di mascherina, utilizza una specie di grande asciugacapelli con motore a scoppio, per spostare le foglie, sollevando nubi di polvere, facendo rumore e inquinando con le emissioni del motore, che in genere è un motore a due tempi, che brucia una miscela di benzina e olio ed è di gran lunga il motore più inquinante tra quelli a combustione interna.
Bisogna cercare di fare informazione e di stimolare le amministrazioni a tutti i livelli al fine di diminuire l’inquinamento (non solo da polveri sottili) con disposizioni di legge severe e aggiornate perché non per nulla siamo la prima generazione nella storia del pianeta che respira un’aria diversa da quella della generazione precedente.
Non è uno scherzo, si tratta di un grave pericolo per le generazioni future.

Si ringrazia Stefano Montanari www.stefanomontanari.net per la fotografia.

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Tetti di Eternit, quando sono pericolosi?

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Non esiste una normativa che obblighi alla rimozione delle coperture in fibrocemento in buon stato di conservazione, ma il passare del tempo determina un progressivo deterioramento dei tetti con il rilascio nell’ambiente di fibre: in questi casi, quando i danni del materiale sono evidenti, la legge prevede la bonifica e la sostituzione delle coperture con altre senza amianto.
E’ l’esposizione agli agenti atmosferici che determina il progressivo degrado delle coperture per azione delle piogge acide, degli sbalzi termici, dell’erosione eolica e di microrganismi vegetali (muffe, licheni).
Per i motivi elencati, dopo anni dall’installazione, si possono determinare alterazioni corrosive superficiali con l’ affioramento ed il rilascio delle pericolose fibre.
I principali indicatori utili per valutare lo stato di degrado delle coperture in cemento-amianto e conseguentemente l’aumento di rischio di rilascio di fibre, sono: la friabilità del materiale, lo stato della superficie con affioramenti di fibre e la formazione di muffe, la presenza di sfaldamenti, di crepe, di rotture e di materiale friabile o polverulento in corrispondenza di scoli d’acqua e grondaie.
Il segno più importante che dimostra la pericolosità del tetto è la presenza di materiale fibroso conglobato in piccole stalattiti in corrispondenza dei punti di gocciolamento (foto).
In questi casi la dispersione di fibre è evidente e la bonifica è doverosa.

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Amianto, un “killer” in libertà

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In igiene industriale vengono considerate “fibre” tutte le particelle allungate, di tipo aghiforme, con un rapporto lunghezza/diametro almeno pari a 3:1, un diametro uguale o inferiore a 3µ ed una lunghezza uguale o superiore a 5µ. Per avere un’azione patogena le fibre devono essere respirabili, cioè devono essere in grado di giungere fino al comparto polmonare più profondo, quello alveolare. Solo le fibre con diametro inferiore a 3µ e con lunghezza non superiore a 200µ possono essere respirate. Questi requisiti sono posseduti dalle fibre d’amianto, un materiale ampiamente usato in svariate produzioni industriali, proprio grazie alla sua struttura fibrosa. Infatti tale struttura si rivela indispensabile per certi tipi di lavorazioni. Ad esempio, nell’industria tessile non si potrebbe fare a meno di materiali in grado di essere filati, così come nell’industria dei materiali compositi, cioè quei prodotti in cui una componente solida particellare viene inglobata in una matrice amorfa resinosa, o di altra natura, per formare un complesso resistente. In particolare, in questo secondo tipo d’industria, i materiali fibrosi sono usati specialmente perché possiedono una superficie maggiore a parità di volume, rispetto alle particelle rotondeggianti, quindi offrono una maggiore possibilità d’interazione chimica ed un contatto fisico più ampio con i componenti della matrice. Per questo motivo l’amianto, formato da fibre dotate di elevata resistenza alla tensione, grande flessibilità, grande resistenza al calore e agli acidi, è stato ampiamente utilizzato nelle più diverse produzioni industriali finché non è stato messo al bando in molte nazioni tra cui l’Italia, una volta provata la sua cancerogenicità.

Amianto nella storia.

L’utilizzo dell’amianto inizia in epoche lontane.
Per via della sua proprietà di poter essere filato e di resistere al fuoco veniva utilizzato ad esempio per produrre tovaglie che venivano ripulite sulla fiamma, stoppini per le lampade e lenzuola per cremare i cadaveri.
Plinio il Vecchio lo chiamava “lino vivo” con riferimento alla facilità con cui poteva essere tessuto.
Grazie alla sua resistenza al fuoco, nel Medioevo fu associato con la salamandra e con questo nome Marco Polo, nel Milione, definì un minerale che veniva filato per fare delle stoffe, che non bruciavano se gettate nel fuoco.
Il nome commerciale “Salamandra” venne dato ai primi materassi per termocoibentazione in amianto prodotti industrialmente.

La rivoluzione industriale iniziata con l’invenzione del telaio meccanico e, nella seconda metà del XIX secolo, con l’utilizzo diffuso della macchina a vapore e dei processi di fusione dei metalli, determinò un forte aumento dell’impiego dell’amianto al fine di non disperdere il calore dei forni, delle caldaie e dei tubi per la distribuzione del vapore.
La produzione di amianto arrivò a superare i 5 milioni di tonnellate all’anno.

Amianto nell’edilizia…

Sempre per via delle sue proprietà isolanti, l’amianto è stato utilizzato in Europa per produrre manufatti per l’edilizia come canne fumarie, tubi dell’acqua, tetti (ondulati di cemento-amianto), intercapedini (cartongesso), pavimenti (linoleum).
L’amianto è stato anche utilizzato, mescolato a caldo con il catrame, per impermeabilizzare i tetti piani.
Molto pericolosa è stata l’applicazione a spruzzo al fine di ottenere uno strato isolante per pareti e soffitti. L’amianto in polvere veniva soffiato con l’aria compressa insieme ad una colla liquida (tipo Vinavil). Inutile dire che la lavorazione sviluppava nubi di polvere, ma va anche detto che lo strato isolante così ottenuto non era compatto e, dove è stato applicato, può rilasciare ancora oggi grandi quantità di fibre di amianto nell’ambiente.

… e nei trasporti.

Sempre al fine di proteggere dal calore ed insonorizzare, è stato fatto un largo uso di amianto anche nei mezzi di trasporto: lo troviamo nelle locomotive e nei vagoni dei treni, nelle intercapedini delle navi, nei ripari dei motori, nei freni e nelle frizioni degli autoveicoli.
Per quanto riguarda il settore ferroviario, basti pensare, ad esempio, che in una carrozza ferroviaria passeggeri potevano essere collocate anche 2 tonnellate di materiale coibente.
Proprio nel settore dei trasporti si concentra ben il 25% delle neoplasie da asbesto complessivamente indennizzate dall’INAIL dal 2001 al 2005.
Ben sapendo che possono passare decine di anni dal momento dell’esposizione a rischio all’insorgenza di una neoplasia provocata dall’amianto, anche se questo pericoloso minerale è stato messo al bando, dovremo aspettarci numerosi casi di patologie neoplastiche almeno per altri venti anni.
Si mantiene infatti elevato, rispetto al complesso delle neoplasie professionali, il numero di quelle causate dall’asbesto, con oltre 400 casi/anno riconosciuti (1), il 75% dei quali sono casi di mesotelioma pleurico, che sono in costante aumento; infatti prima del 2000 i casi riscontrati erano circa 100 all’anno (2).
Anche l’asbestosi rimane una delle principali patologie polmonari di origine professionale: nel quinquennio 2001- 2005 ne sono stati riconosciuti dall’INAIL più di 1300 casi, di cui il 25% diagnosticato nel settore trasporti (3).

L’amianto oggi

Nonostante la messa al bando in Italia nel 1992, il rischio amianto è ancora attuale ad esempio per gli operai impegnati nella manutenzione o nei lavori di bonifica.
Possiamo trovare amianto anche in oggetti di uso comune tipo: forni da cucina, asciugacapelli, stufe elettriche, assi per stirare, presine e guanti da forno.
Non dimentichiamo che tuttora in Russia, in Canada, in Cina e in altre parti del mondo, l’amianto viene ancora utilizzato e possiamo trovarlo in manufatti importati.
In Europa, alla fine degli anni novanta, l’amianto è stato messo al bando, ma mancando una normativa che ne imponesse la bonifica, lo possiamo trovare ancora oggi in gran quantità e in condizioni sempre peggiori per via del deterioramento causato dal tempo.
L’amianto è un rischio professionale ed ambientale di proporzioni catastrofiche.
I dati di cui la letteratura scientifica sanitaria dispone a livello mondiale riportano che l’amianto è stato responsabile di oltre 200.000 morti negli Stati Uniti, e si stima che procurerà altri milioni di morti in tutto il mondo (4).
E’ grave dover riscontrare che questa enorme tragedia era annunciata e poteva essere evitata, non utilizzando l’amianto.

Diversi tipi di amianto

I minerali di amianto vengono suddivisi in due grandi gruppi: il serpentino e gli anfiboli. C’è un solo tipo di amianto derivato da minerale di serpentino, il crisotilo, noto anche come amianto bianco. Gli anfiboli comprendono cinque tipi di amianto: amosite, crocidolite, tremolite, antofillite ed actinolite. Due di questi sono le varietà di maggior valore commerciale: l’amosite, o amianto marrone, e la crocidolite, o amianto blu. Gli altri anfiboli sono di scarsa importanza commerciale. Indicazioni iniziali che il crisotilo potesse essere meno pericoloso di altri tipi di amianto non sono state confermate (5). Attualmente la maggioranza dei lavori scientifici dimostra che anche il crisotilo causa tumori, compresi il cancro polmonare ed il mesotelioma (6). Anche il crisotilo canadese, privo di anfiboli, è associato a mesoteliomi (7).

Gli effetti sull’uomo sono conosciuti da quasi un secolo.

Negli anni venti del secolo scorso si cominciarono a studiare gli effetti dell’amianto sull’organismo evidenziando le situazioni di accumulo nei polmoni (asbestosi), nei decenni successivi si cominciarono ad osservare gli effetti neoplastici di queste fibre, dal carcinoma polmonare al mesotelioma pleurico e peritoneale, che possono colpire non soltanto i lavoratori ma anche la restante popolazione a causa della presenza di amianto anche negli ambienti esterni alle industrie, ad esempio nelle città.
I temibili effetti sulla salute hanno determinato dapprima la messa al bando delle lavorazioni più inquinanti, per esempio la coibentazione a spruzzo, e dell’utilizzo dell’amianto nell’industria alimentare dove serviva per filtrare il vino o per la cottura dei biscotti. Da non dimenticare che l’amianto è stato utilizzato anche nei filtri delle sigarette.

Come già accennato prima, l’amianto è stato messo al bando, ma rappresenta ancora oggi un rischio non solo per i lavoratori, ma anche per i cittadini.
In molti casi, quando si riscontra un tumore da amianto, non si riesce ad individuare una causa di rischio legata al lavoro svolto.
E’ ormai ben noto che anche l’inalazione delle fibre di amianto presenti negli ambienti urbani può essere fatale a distanza di tempo.

Viene spontaneo chiedersi: quanto amianto può essere pericoloso?

Studi condotti su diverse città italiane (Milano, Casale Monferrato, Brescia, Ancona, Bologna, Firenze), hanno evidenziato concentrazioni aerodisperse di amianto crisotilo comprese tra 0,1 e 2,6 fibre/litro. A Torino, per esempio, viene confermato da esperti del Politecnico e dell’Inail che la concentrazione media di amianto è di 1 fibra/litro. Per legge, il primo livello di allarme indicativo di una situazione di inquinamento è di 2 fibre/litro. Il livello stabilito dalle normative mette al riparo dal rischio di ammalasi di asbestosi, ma gli studiosi concordano sul fatto che non evita il rischio cancerogeno.
Lo Stato della California ha cercato di dare un valore soglia e ha stabilito, come livello di rischio non significativo, il valore di 100 fibre al giorno di amianto crisotilo, che per essere correttamente misurato richiederebbe di avere a disposizione una tecnica strumentale e una procedura in grado di raggiungere un limite di rilevabilità pari a 0,005 fibre/litro (8).
Gli strumenti attualmente utilizzati non hanno una tale precisione, ma servono solo a misurare concentrazioni molto più elevate. Il limite di sensibilità degli apparecchi “a norma” si ferma a 0,4 fibre/litro per cui anche superando fino a 80 volte il livello stabilito dagli studiosi californiani, i nostri rilevatori continuerebbero a segnare zero.

Ma quanto amianto respiriamo?

Con la presenza di una fibra/litro, ipotizzando un volume di aria respirata di 18 metri cubi al giorno, si può ritenere, con buona approssimazione, che un uomo respiri in un giorno 18.000 (diciottomila) fibre di amianto; questo valore viene definito “Concentrazione di Riferimento Ambientale”.

La parola degli esperti.

Circa dieci anni fa, il compianto Prof. G. Scansetti (Dipartimento di Traumatologia, Ortopedia e Medicina del Lavoro dell’Università di Torino) in un articolo scientifico dal titolo “L’amianto ieri ed oggi” scriveva: “L’ultimo effetto largamente documentato, il più temibile anche per la restante popolazione, è stato il mesotelioma multiplo maligno, della pleura e del peritoneo. Se in ambito professionale nel nostro Paese ci dobbiamo attendere effetti ormai soltanto riconducibili ad esposizioni “storiche”, la storia degli effetti alla popolazione generale per la (bassa) contaminazione generale è tutta da scrivere” (9).
Il Professore ricordava anche gli studi relativi al cancro polmonare associato all’esposizione all’amianto citando, tra l’altro, due lavori di uno studioso tedesco, Nordman (10), che nel 1941, con Sorge, diede anche la dimostrazione sperimentale (11).
Fra il 1943 ed il 1944 un altro studio di Wedler citò anche “carcinomi pleurici” nelle sue statistiche, tedesche, sui tumori all’apparato respiratorio degli asbestosici (12).
Il Prof. Scansetti ricordava anche un effetto negativo, non secondario, indotto, fra gli altri, dalle guerre: gli Americani e, più in generale, gli Alleati non credettero a questi risultati dei tedeschi – pur giunti a loro conoscenza – perché sospettati di essere menzogne manipolate ad arte dal nemico: basti pensare ai lavori di coibentazione, con grande utilizzo di amianto, a bordo delle navi da guerra.
Le preoccupazioni di allora del Prof. Scansetti trovano oggi riscontri precisi.
Il Ministero della Salute sottolinea che a differenza dell’asbestosi, per cui è necessaria un’esposizione intensa e prolungata, per il mesotelioma non è possibile stabilire una soglia di rischio, ossia un livello di esposizione così ridotto all’amianto, al di sotto del quale risulti innocuo. Il decorso della patologia tumorale è molto rapido e la sopravvivenza è in genere inferiore a un anno dalla prima diagnosi. Non sono state individuate terapie efficaci.
L’Università di Torino (Dipartimento di Scienze Biomediche e Oncologia Umana, Sezione di Anatomia Patologica) in un lavoro del 1997 dal titolo eloquente “Implicazioni medico-legali della diagnosi di mesotelioma. F. MOLLO, D. BELLIS” riporta che: “È stato ripetutamente affermato che esposizioni molto lievi e brevi possono causare lo sviluppo del mesotelioma maligno (13,14,15). Ma in pratica la dose-soglia cumulativa (al di sotto della quale sia da escludere nel caso singolo la possibile azione carcinogenetica dell’amianto nei confronti del mesotelioma maligno) non è definita (16), e forse non è definibile”.

Il problema dell’amianto è ben conosciuto in Europa e l’Italia ha recentemente recepito la direttiva 2003/18/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 27 marzo 2003, che modifica la direttiva 83/477/CEE del Consiglio sulla protezione dei lavoratori contro i rischi connessi con un’esposizione all’amianto durante il lavoro. In un paragrafo della direttiva si ricorda che: “Non è stato ancora possibile determinare il livello di esposizione al di sotto del quale l’amianto non comporta rischi di cancro”.

Bibliografia

(1) Rapporto annuale INAIL 2005
(2) Rapporto annuale INAIL 2000
(3) Dati INAIL sull’andamento degli infortuni sul lavoro – Giugno 2006
(4) Sixth Collegium Ramazzini Statement (1999)
(5) UNEP, ILO, WHO, 1998
(6) Smith e Wright, 1996; Stayner, Dankovic e Lemen, 1996
(7) Frank, Dodson e Williams, 1998
(8) Concentrazione di riferimento ambientale dell’amianto crisotilo in aree urbane: l’esperienza della città di Pavia – Fondazione Salvatore Maugeri, IRCCS, Pavia 1997
(9) L’amianto ieri e oggi – Fondazione Salvatore Maugeri, IRCCS, Pavia 1997
(10) Nordman M. Der Berufskrebs der Asbestarbeiter. Z. Krebsforsch, 1938; 47: 288-302
(11) Nordman M., Sorge A. Lungenkrebs durch Asbeststaub in Tierversuch. Z. Krebsforsch 1941; 51: 168-182
(12) Wedler H.W. Asbestose und Lungenkrebs. Dtsch. Med. Woch. 1943; 69: 575-576
(13) Bertazzi P.A., Piolatto G. Epidemiologia mondiale ed italiana. In: Mesotelioma Maligno. Torino, Ed. Regione Piemonte. 1985, 18-31.
(14) Scansetti G., Piolatto G., Pira E. Il Rischio da Amianto Oggi. Torino, Ed. Regione Piemonte. 1985.
(15) De Vos Irvine H., Lamont D.W., Hole D.J., Gillis C.R. Asbestos and lung cancer in Glasgow and the west of Scotland. Br. J. Med., 1993; 306: 1503-1506.
(16) Doll R., Peto J. Asbestos: Effects on Health of Exposure to Asbestos. London: Health and Safety Commission, HMSO, 1985.

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LATTE MATERNO, DIOSSINE E PCB – Dr.ssa PATRIZIA GENTILINI

LATTE MATERNO, DIOSSINE E PCB

”A dispetto del grande affetto che noi abbiamo per i nostri bambini
e della grande retorica della nostra società sul valore dell’infanzia,
la società è riluttante a sviluppare quanto necessario
per proteggere i bambini dai rischi ambientali”
(Bruce P. Lanphear Children’s Environmental Health Center – U.S.A. – oct. 2006)

Introduzione
Parlare della contaminazione del latte materno da parte di sostanze inquinanti, tossiche e pericolose vuol dire affrontare un argomento che fa venire i brividi al solo pensiero, tanto è lo sgomento che suscita in qualunque persona dotata di un minimo di sensibilità e buon senso. Prendere coscienza del fatto che l’alimento più prezioso al mondo – che non esito a definire “sacro” – contenga ormai quantità elevate di sostanze pericolose e cancerogene, specie se proveniente da mamme residenti in territori industrializzati, è un argomento tabù e che credo non possa lasciare indifferente nessuno. Forse, proprio per questo, tale argomento è fino ad ora rimasto confinato nell’interesse di pochi specialisti del settore e non è mai emerso, con l’attenzione che merita, al grande pubblico.
Il fatto di non parlare di questo problema e soprattutto l’averlo affrontato, almeno nel nostro paese, in modo sporadico, volontaristico e non sistematico e su larga scala, non contribuisce tuttavia a risolverlo, anzi, come tutte le cose lasciate nel dimenticatoio, quando un problema di una tal portata emerge rischia di “esplodere”, lasciando spiazzati per i dubbi e gli interrogativi  che pone  innanzi tutti medici e pediatri, ma, ancor più, ovviamente le mamme che si chiedono quali possono essere le conseguenze di tutto ciò per i loro bambini.
Ma perché proprio ora se ne parla?

Antefatto: l’inceneritore di Montale
Il problema è emerso grazie al fatto che due mamme, residenti in area di ricaduta dell’inceneritore di Montale (Pt), si sono volontariamente sottoposte all’analisi del proprio latte grazie a fondi raccolti dal locale comitato contro l’inceneritore.
La questione è complessa e per una analisi più dettagliata della travagliatissima storia di questo impianto, si rimanda al documento, a firma del Dott. M. Bolognini, Medico Igienista, già responsabile dell’Igiene e sanità pubblica dell’ASL 3, zona pistoiese, scaricabile sul sito dell’Ordine dei Medici di Pistoia. (1) Qui si vuol solo dare una breve descrizione della situazione, in modo da capire bene il contesto in cui si è arrivati all’esame del latte materno per iniziativa dei cittadini.
L’inceneritore di Montale tratta 120 ton/giorno (pari a circa 36.000 ton/anno), recentemente autorizzato a 150 ton/giorno (45.000 ton/anno), destinato a bruciare rifiuti urbani ma anche ospedalieri e speciali ed è situato nella piana fiorentina, al confine fra 4 comuni: Agliana, Prato, Montale, Montemurlo.
L’impianto ha sempre presentato criticità ed anche in passato erano stati riscontrati superamenti nelle emissioni di diossine, ma, grazie a deroghe, aveva sempre continuato a lavorare.
Nel maggio 2007 furono effettuati routinari controlli i cui risultati analitici, comunicati solo in luglio, evidenziarono un importante sforamento per diossine, che fu confermato nella successiva indagine eseguita a distanza di pochi giorni per cui, a distanza di oltre due mesi dalla prima indagine si giunse, il 19 luglio 2007, alla sua temporanea chiusura. Nei mesi di funzionamento, da maggio a luglio, facendo una media delle emissioni, si può stimare che siano stati emessi  50.000.000 ng di diossine ovvero quanto l’impianto avrebbe potuto emettere in quasi un anno e mezzo di attività.
Dal 2007 al 2009, anche in seguito alle vivaci polemiche che tutta la vicenda aveva sollevato, da  parte di ARPAT ed ASL furono fatte analisi sia di tipo ambientale (suoli, vegetali, ecc.)  che su matrici biologiche (uova, carne di manzo, polli, anatre e pesce gatto del locale parco pubblico) secondo la mappa di ricaduta riportata in Fig.1. La media delle diossine nel suolo, secondo il modello di ricaduta fornito da ARPA, ed escludendo un dato del tutto anomalo riscontrato in prossimità dello svincolo autostradale di Pistoia, in via Ciliegiole (sito oggetto di pregresso grave incidente ambientale per incendio di un grande deposito di prodotti per l’agricoltura) è riportato nella Fig. 2

 
Fig. 1.
Mappa di ricaduta dell’inceneritore di Montale
e campionamenti per diossine sul suolo e su carne di pollo

Gentilini 1 - Mappa inceneritore di Montale 
  Diossine nei suoli                                                            Carne di pollo                   

Gentilini 2 - Carne di pollo

 
Figura 2:
Distribuzione delle diossine nei suoli
(valori medi nelle zone di ricaduta in ng/kg s.s. escludendo il dato di via Ciliegiole)

 Gentilini 3 - Via Ciliegiole
Tabella 1: diossine su carne di pollo Gentilini 4 - Diossine su carne di pollo

Come ben si evince dalla Tab. 1, la cosa più eclatante fu il riscontro in 5 su 8 casi di polli esaminati di livelli di diossine superiori a quelli consentiti per la commercializzazione: ciò malgrado, a tutt’oggi, nessun divieto in tal senso è stato comunque emanato. 

Analisi su latte materno
Trattandosi di sostanze persistenti e bioaccumulabili, che finiscono per accumularsi nel nostro stesso organismo, passano dalla madre al feto ed anche attraverso il latte, due mamme residenti in area di ricaduta, hanno volontariamente accettato di sottoporre ad analisi il proprio latte, a circa due settimane dal parto. L’indagine è stata eseguita presso il Consorzio Interuniversitario Nazionale la Chimica per l’Ambiente, Via delle Industrie 21/8 di Marghera (Ve) ed il costo è stato sostenuto grazie ai fondi raccolti dal comitato contro l’inceneritore. Il campione A proviene da mamma di 30 anni, alla prima gravidanza, il campione B da mamma di 32 anni, con due pregressi aborti spontanei e due gravidanze a termine con relativi  allattamenti. Nessuna delle due presenta patologie di rilievo all’anamnesi, abitudini di vita regolari, alimentazione variata.

Campione A
Totale WHO-PCDD/F –TEQ pg/g di grasso = 3,984 (limite sup 3,986)
Totale WHO – PCDD/F-PCB-TEQ pg/g di grasso = 10,621

Campione B
Totale WHO-PCDD/F –TEQ pg/g di grasso = 5, 507 (limite sup 5,507)
Totale WHO – PCDD/F-PCB-TEQ pg/g di grasso = 9,485

Di particolare interesse nel caso in oggetto è il profilo di 12 molecole diossino-simili appartenenti ai  Policlorobifenili (PCB dioxin-like) riscontati nei campioni di latte materno che, come si vede dalla Fig. 3, è del tutto sovrapponibile al profilo dei PCB emessi dall’impianto (analisi a camino di ARPA e del gestore) ed al profilo dei PCB riscontrati nella carne di pollo.

 

FIGURA 3:
Profilo di 12 PCB dioxin-like in:
emissioni dell’inceneritore di Montale, polli, latte umano

Gentilini 5 - Confronto latte polli

Possiamo quindi affermare che i PCB rilasciati dall’impianto di incenerimento attraverso i fumi, ricadono nell’ambiente circostante e lo contaminano gravemente; pertanto il sospetto che proprio l’inceneritore sia il maggiore responsabile della contaminazione riscontrata negli alimenti (polli) e nel latte materno acquista una ragionevole certezza. Ma cosa sono queste sostanze e che effetti possono dare?

Diossine e PCB: cosa sappiamo?
Con il termine di “diossine” si indica un gruppo di 210 composti chimici appartenenti agli idrocarburi policiclici aromatici e formati da carbonio, idrogeno, ossigeno e cloro. Capostipite di queste molecole è la TCDD (2,3,7,8–tetraclorodibenzo-p-diossina), nota anche come “diossina di Seveso” tristemente  famosa in seguito all’incidente occorso ad un reattore di una multinazionale svizzera, la Roche, a Seveso, il 6 maggio del 1976. L’incidente determinò la fuoriuscita di una nube tossica di tale sostanza con contaminazione del territorio e danni alla salute per le persone esposte sia di tipo acuto che a lungo termine. Tali danni si protraggono nel tempo e a tutt’oggi vengono riscontrati e studiati: è di recente pubblicazione, ad esempio,  il fatto che i bambini nati da madri coinvolte nell’infanzia nell’incidente di Seveso presentano alla nascita alterazioni della funzione tiroidea in modo statisticamente significativo: ciò significa che anche se questi neonati non sono stati direttamente esposti all’incidente di Seveso le conseguenze dell’esposizione materna si riscontrano a distanza di oltre 30 anni dall’incidente. (2)
Queste molecole sono divise in due famiglie: policloro-dibenzo–p-diossine (PCDD) e policloro-dibenzofurani (PCDF o furani); le singole molecole appartenenti a tali famiglie vengono indicate col termine di “congeneri” e, nello specifico, si contano 75 congeneri di PCDD e 135 congeneri di PCDF.
Si tratta di molecole particolarmente stabili e persistenti nell’ambiente; i loro tempi di dimezzamento (ovvero il tempo necessario perché la dose si dimezzi) variano a seconda delle molecole e della matrice esaminata: ad esempio per la TCDD  i tempi di dimezzamento sono  da 7 a 10 anni nel corpo umano e fino a 100 anni nel sottosuolo.
Si tratta di sostanze insolubili in acqua e che hanno viceversa una elevata affinità per i grassi. Sono soggette a bioaccumulo, cioè si concentrano negli organismi viventi in misura nettamente maggiore rispetto all’ambiente circostante; nell’uomo la loro assunzione avviene per oltre il 90% per via alimentare, specie attraverso latte, carne, uova, formaggi ecc.. (3) Sia PCDD che PCDF rientrano fra i 12 Inquinanti Organici Persistenti riconosciuti a livello internazionale e messi al bando dalla Convenzione di Stoccolma sottoscritta da 120 paesi, fra cui l’Italia.
Le diossine sono sottoprodotti involontari dei processi di combustione e si formano in particolari condizioni di temperatura ed in presenza di Cloro. Secondo l’ultima edizione dell’inventario europeo delle diossine (4) le principali fonti per l’Italia di produzione di tali inquinanti sono rappresentate dalle combustioni industriali (64.4%), di cui oltre la metà (37% del totale) da incenerimento di rifiuti urbani, il traffico stradale contribuisce solo per l’1.1%.
A differenza delle diossine i Policlorobifenili (PCB) sono stati invece prodotti deliberatamente dall’uomo tramite processi industriali. La loro produzione è iniziata negli anni 30 ed è perdurata per oltre 50 anni, fino al 1985, quando sono  stati ufficialmente banditi stante la loro pericolosità. Dei PCB si conoscono 209 cogeneri, 12 di questi sono molto affini alle diossine e vengono denominati “dioxin-like”. Anche questi sono composti molto stabili, anche ad alte temperature, decomponendosi solo oltre i 1000-1200 gradi. Sono stati utilizzati sia in sistemi chiusi (trasformatori) che come additivi per ritardanti di fiamma, antiparassitari ecc..

Tossicità
La TCDD (o diossina di Seveso) è stata riconosciuta nel 1997, a 20 anni dal disastro di Seveso ed anche in seguito agli studi fatti sulla popolazione esposta, come cancerogeno certo per l’uomo ad azione multiorgano ed è conosciuta come la sostanza più tossica mai conosciuta; la sua tossicità per l’uomo si misura infatti in picogrammi, ovvero miliardesimo di milligrammo ed è legata alla straordinaria affinità che la diossina ha per il recettore AhR (Aryl Hydrocarbon Receptor), un recettore presente ampiamente nelle cellule umane, ma non solo: esso è infatti presente in vertebrati marini, terrestri e aviari e si è ampiamente conservato nel corso dell’evoluzione.
In particolare, l’AhR sembra avere un ruolo chiave per il normale sviluppo del sistema immunitario, vascolare, emopoietico, endocrino, come dimostrano esperimenti condotti su animali trans-genici (ovvero modificati in modo da essere geneticamente privi di questo recettore) ed è coinvolto nelle più disparate funzioni cellulari (proliferazione, differenziazione, morte cellulare programmata) fino alla regolazione del ritmo sonno-veglia. Di straordinario interesse la recente scoperta che tale recettore attiva i linfociti T regolatori (T reg), determinando di fatto una immunodepressione e spostando l’equilibrio del sistema immunitario verso una maggior tolleranza nei confronti delle cellule trasformate in senso tumorale. (5)
Diossine e PCB rientrano poi nel grande gruppo di sostanze denominate “endocrin disruptor”, ovvero inferenti o distruttori endocrini, nel senso che mimano l’azione degli ormoni naturali interferendo e disturbando funzioni complesse e delicatissime dell’organismo, quali quelle immunitarie, endocrine, metaboliche, neuropsichiche. Di fatto l’esposizione a diossine è correlata sia allo sviluppo di tumori (in particolare, per la TCDD, a linfomi, sarcomi, tumori a fegato, mammella, polmone, colon) ma anche a disturbi riproduttivi, endometriosi, anomalie dello sviluppo cerebrale, endocrinopatie (in particolare diabete e tiroide), disturbi polmonari, danni metabolici con innalzamento di colesterolo e trigliceridi, danni cardiovascolari, epatici, cutanei, deficit del sistema immunitario.
Da studi condotti in particolare su cavie risulta che l’esposizione a diossine è particolarmente pericolosa durante le prime fasi della vita, specie in determinate “finestre espositive” (6) ovvero specifici momenti dello sviluppo embrionale e fetale. I limiti raccomandati da OMS ed Unione Europea sono di 2 pg/kg di peso corporeo al dì, per cui un individuo adulto di 70 kg dovrebbe assumerne giornalmente al massimo 140 pg.
Va inoltre ricordato che, attribuita per convenzione alla TCDD una tossicità pari a 1, tutti gli altri congeneri hanno una tossicità inferiore, anche di molti ordini di grandezza. Anche per i diversi congeneri la tossicità è funzione della affinità del legame fra singola molecola e recettore AhR, che, per quanto sopra detto, è inferiore rispetto alla TCDD. La tossicità dei vari congeneri rispetto alla TCDD è espressa con un Fattore di Tossicità Equivalente (TEF); dal momento che nelle diverse matrici sono presenti miscele dei diversi congeneri si è introdotto il concetto di Tossicità Equivalente (TEQ), che si ottiene sommando tra loro i prodotti tra i fattori TEF dei singoli congeneri e le rispettive concentrazioni con cui si presentano nella matrice in esame

Diossine nel latte umano: risultati
Per le caratteristiche proprie di queste molecole (persistenza, bioaccumulo, lipofilia, concentrazione, specie in alimenti proteici quali carne, uova, latte) le diossine si accumulano, proprio perché l’uomo è all’apice della catena alimentare, nel nostro stesso corpo e vengono trasmesse già durante la vita fetale (unitamente ad altri inquinanti) e poi attraverso l’allattamento dalla madre al bambino.
Non va dimenticato che questi non sono certo gli unici inquinanti presenti nel nostro organismo: si stima infatti che ben 300 sostanze tossiche, di cui molte cancerogene, si trovino stabilmente nel nostro organismo e siano, al pari delle diossine, trasmesse alla prole; ricordiamo, per esempio, mercurio, piombo, nichel, arsenico, cadmio, benzene, idrocarburi policiclici aromatici, pesticidi ecc..
Tornando al latte materno, la quota di diossine presenti varia, da dati di letteratura pubblicati fino al 2004 (7-10) da 3.2 pg  a 15  pg TEQ/grammo di grasso; sapendo che la componente grassa è circa il 4% del latte, si può facilmente calcolare la dose introdotta quotidianamente da un bimbo di pochi mesi che assuma 800-1000 cc di latte materno al giorno, essa varierà da 80-90 pg a 500-600 pgTEQ/die.
È interessante notare che la quota di diossine presenti nel latte materno varia a seconda che i campioni provengano da mamme residenti in aree rurali o industrializzate. La quota di diossine presenti nel latte materno è comunque elevata e ciò comporta che un bambino allattato al seno assuma quotidianamente una dose nettamente superiore a quella raccomandata dall’OMS che, ricordiamo, è di 2 pg/kg corporeo, per cui un bimbo di 5 kg dovrebbe assumerne al massimo 10 pg. Mentre in Italia mancano dati puntuali e su larga scala per indagare gli inquinanti su latte materno e quelli disponibili spesso sono stati condotti su “pool” di campioni, in altri paesi risultano condotti studi di maggior respiro. Ad esempio, di recente è stato pubblicato un lavoro eseguito su 169 puerpere in Germania (11) che ha mostrato concentrazioni (sempre espresse in pg per grammo di grasso) di PCDD/F e PCB variabili  tra 3.01 e 78.7 pg TEQ/g di grasso, con un valore medio pari a 27.27 pg TEQ/g; le donne che avevano vissuto lontano da aree industrializzate mostravano i valori più bassi. Un altro studio effettuato su 120 puerpere giapponesi, della zona di Tokio (12), mostrava valori totali medi di PCDD/Fs e Co-PCBs (policiclobifenili complanari) nel latte materno pari a 25.6 pg TEQ/g di grasso.
In Cina, uno studio recentissimo (13) e molto ampio, in quanto condotto su 1237 campioni provenienti da altrettante puerpere in 12 provincie del paese e rappresentativo del 50% dell’intera popolazione cinese, ha fornito i seguenti risultati per PCDD/PCDF-PCB: valori di TEQ, espressi in pg/g di grasso, variabili da 2.59 a 9.92, con una media di 5.42. Anche da questo studio si è confermato che il latte di puerpere residenti in aree rurali era fortemente meno inquinato di quello di donne residenti in aree industrializzate.
In Italia, a Taranto (14), anche qui come a Montale per iniziativa spontanea di cittadini, sono stati eseguiti esami su 3 campioni di latte materno con valori di TEQ di PCDDF e PCB dioxin-like, espressi  in pg/g di grasso, rispettivamente di  31.37, 26.18 e 29.40.
Il valore medio (media aritmetica) risulta essere 29.1 pgTEQ/g di grasso, più alto del 13.6% di quelli ottenuti in Giappone e  del 6.7% rispetto alla media ritrovata nello studio tedesco.

Valori elevatissimi, assolutamente al di sopra di qualunque segnalazione di letteratura e pari a ben 147 pg/grammo di grasso fra PCDD/PCDF e PCB  sono stati riscontrati in un campione di latte di una mamma bresciana, residente in area contaminata da industria produttrice di PCB (Caffaro) e che si era sempre alimentata con prodotti coltivati in loco. L’esame fra l’altro è stato eseguito al 3° mese di allattamento, quando presumibilmente una quota consistente di contaminanti era già stata ceduta al neonato. (15)

 

Discussione
Certamente  un esame condotto su due soli campioni non può assumere una valenza scientifica, assume tuttavia un chiaro significato di denuncia e si presta ad alcune a considerazioni:

  1. perché questi esami di biomonitoraggio non sono eseguiti su larga scala ed in modo sistematico nel tempo, in modo da valutare l’evolversi della quota di inquinanti presenti nel latte materno? In altri paesi viene documentato un decremento, probabilmente per effetto di misure di prevenzione conseguenti, anche, alla convenzione di Stoccolma, ma in Italia sappiamo cosa succede?
  2. chi può in tutta onestà ritenere che gli attuali livelli di contaminazione del latte materno siano scevri da rischi per la salute dei bambini e  non siano inevitabilmente destinati ad aumentare se si  prosegue in politiche di incenerimento e combustione, sia che si tratti di biomasse o  di rifiuti, come si sta registrando ovunque in Italia?
  3. come ci si può ragionevolmente “fidare” di nuove o migliori tecnologie impiantistiche (BAT) se è indiscutibile che  anche da un impianto tenuto sotto stretta osservazione – dopo gli incidenti occorsi – quale quello di Montale, i PCB sono emessi in quantità assolutamente non trascurabili ed altrettanto accade, fatte le debite proporzioni, per il tanto decantato inceneritore di Brescia?
  4. perché in uno studio, denominato Moniter, promosso dalla Regione Emilia Romagna, con una spesa di oltre 3 milioni di Euro, condotto per valutare le ricadute sulla salute in prossimità degli 8 inceneritori della regione e varato dopo la diffusione dei dati dello studio sui due inceneritori di Forlì (studio di Coriano), non è stato previsto alcun campionamento di diossine su matrici biologiche, in particolare su latte materno di donne stabilmente residenti in area di ricaduta di tali impianti e/o in animali da cortile, dato che la via principale di assimilazione di queste sostanze è quella alimentare?
  5. sappiamo bene che l’OMS raccomanda comunque l’allattamento materno fino al 6° mese pur in presenza di contaminanti e, per quanto è dato sapere, non ci sono per ora protocolli che ne valutino caso per caso la durata in funzione della quantità di sostanze presenti nel latte;  è tuttavia accettabile che un bimbo di 5 kg possa indifferentemente assumere da 18 a 240 pg/kg di peso (invece dei 2 raccomandati da OMS ed UE per gli adulti) al dì a seconda che risieda in una zona rurale, a Brescia o Taranto o 80 pg/kg di peso se risiede nel territorio di ricaduta dell’inceneritore di  Montale?
  6. come si possono dare consigli scientificamente motivati in merito se non si impostano studi su larga scala e protratti nel tempo?
  7. chi può assicurarci che il triste primato che l’Italia detiene riguardo il cancro nell’infanzia, ovvero un incremento del 2% all’anno, pressoché doppio di quello riscontrato in Europa (1.1% annuo) non abbia relazione con l’esposizione già in utero e poi attraverso il latte a questa pletora di sostanze tossiche e pericolose?
  8. perché devono essere i cittadini e soprattutto le mamme a porsi questioni così cruciali dovendo sempre fare da “traino” alle istituzioni la cui unica preoccupazione sembra essere quella di “tranquillizzare” sempre e comunque i cittadini?
  9. perché non ammettere – onestamente – che la questione è  talmente scabrosa che di fatto si è preferito fino ad ora ignorarla? Perché non si comincia, ad esempio, con una analisi sistematica degli inquinanti presenti nel cordone ombelicale, data la disponibilità delle banche del cordone?
  10.   per il futuro cosa si pensa di fare? Non sarebbe il caso di cominciare chiudendo definitivamente inceneritori come quello di Montale, per il quale esistono ormai le prove del suo coinvolgimento nella contaminazione riscontrata negli alimenti e perfino nel latte materno, e al tempo stesso abbandonare le dilaganti politiche di incenerimento di materiali di ogni tipologia e composizione? I rifiuti, come dice la legge, devono essere smaltiti “senza danno per la salute e per l’ambiente” e ciò è assolutamente possibile già oggi escludendo del tutto le combustioni ed evitando in buona misura anche il conferimento in discarica.

Conclusioni
Non aver dato, almeno fino ad ora, il giusto risalto al fatto che il latte materno, nelle aree industrializzate, è pesantemente contaminato non può essere casuale; vien da pensare che l’aver trascurato questo problema sia il frutto di una rimozione dei problemi più scomodi e drammaticamente coinvolgenti, che vengono di fatto relegati in una sorta di “inconscio collettivo”.
Riconoscere infatti l’esistenza di una pesante contaminazione del latte materno nelle aree industrializzate non può non comportare, di conseguenza, il riconoscere il fallimento di un modello di “sviluppo” di una società come l’attuale, che non si è mai curata delle conseguenze delle proprie scelte e soprattutto delle ricadute su quella che dovrebbe essere al primo posto nei pensieri di una comunità civile, cioè l’infanzia. Se percepiamo appieno la gravità di aver inquinato fin anche il latte materno, non è più di consolazione sapere che determinati valori sono “nella media”: essere contaminati nella media o ammalati nella media o morti nella media non risparmia sofferenza e dolore e soprattutto non consola quando si prende consapevolezza che questa “media” è superiore a quanto sarebbe tollerabile o raccomandabile, non a causa di eventi ineluttabili, ma di scelte operate deliberatamente. Il proverbiale “mal comune” deve cessare di essere considerato “mezzo gaudio” e deve viceversa diventare lo stimolo ad unire le forze per trasformarlo in “bene comune”.
Da tutto questo non può che conseguirne, specie per i medici e per tutti coloro che hanno responsabilità decisionali, l’impegno ad adottare immediate e concrete soluzioni, già oggi disponibili, che evitino in ogni modo la combustione di rifiuti e che portino alla completa inertizzazione dei materiali pericolosi. Bisogna contemporaneamente agire e studiare: se da un lato il problema della contaminazione del latte materno va approfondito con rigore in tutti i suoi aspetti, dall’altro bisogna già da subito evitare di aggravarlo, bandendo pratiche assurde quali quelle dell’incenerimento dei rifiuti, di biomasse e quant’altro. 
Per nessuna donna al mondo può esser accettabile anche solo l’idea di trasmettere al bimbo a cui ha dato la Vita, attraverso il proprio latte, pericolosi veleni. La consapevolezza che questo, purtroppo, è invece ciò che accade, non può non risvegliare le donne da un torpore durato già troppo a lungo, spingendole a riprendersi il diritto di trasmettere vita e non veleni alle proprie creature!

Patrizia Gentilini     patrizia.gentilini@villapacinotti.it
Associazione Medici per l’ Ambiente
13 Febbraio 2010

Bibliografia

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  2. A. Baccarelli Neonatal Thyroid function in Seveso 25 years after maternal exposure to dioxin PLos Medicine (2008)  www.plosmedicine.org 1133-1142
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  5. E.Stevenson et al. The aryl hydrocarbon receptor: a perspective on potential roles in the immune system  Immunology, (2009), 127, 299–311 299
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  15.   L. T. Baldassarri  PCDD/F and PCB in human serum of differently exposed population of an italian city Chemosphere 73 (2008) 5228-34
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